La Fgei nei luoghi del terremoto
21 agosto 09 alle ore 12:42Com’è stato arrivare sui luoghi del sisma mesi dopo l’evento tragico che ha toccato l’Abruzzo? Beh, già la ricerca del luogo ci ha fatto capire la gravità di ciò che era accaduto; bisognava cercare la tendopoli di Camarda (AQ), ma il paesaggio era desolante: tende come funghi attorno a paesi fantasma, letteralmente percorsi da fiumi di macerie.
Poi la settimana sul posto; un’esperienza davvero coinvolgente sul piano umano. Il lavoro con le persone della Protezione Civile, volontarie e volontari di cui si è potuto apprezzare il lato umano e la dedizione, ha avvicinato quest’istituzione di cui si sente spesso parlare. La vocazione ad esserci di persone volontarie sta alla base di un lavoro di cui troppi poi si appropriano a livello politico.
Indubbiamente, però, il contatto con la gente del luogo è stato ciò che rimarrà di più nella mente e nel cuore. La voglia di parlare, di condividere, di ritagliarsi un pezzo di “normalità”, il tentativo di riprendersi come si può la propria vita in un contesto diverso, dai più giovani fino ai più anziani. Ma anche la rabbia, l’insicurezza, la nostalgia, la frustrazione, la stanchezza e tutti gli inconvenienti di una vita costretta in un ambiente con davvero poca privacy. E su tutto, il terrore del terremoto.
Tornare a Camarda è stato bellissimo per il piacere di incontrare le persone con cui abbiamo condiviso questa bella esperienza, ma l’impatto stavolta, se possibile, è stato ancora più duro. Entrare in un campo che comincia ad essere smantellato pezzo per pezzo mette tristezza, e non è la tristezza romantica che prova chi come noi ci ha passato una settimana e lega quel campo a dei bei ricordi e ad un’esperienza di volontariato arricchente. È anche la tristezza di chi, dopo tante difficoltà di vita forzatamente pubblica, di intimità violate, di pasti consumati in mensa, di bagni scomodi, sente che quella nuova forma identitaria di comunità fondata sul dolore mancherà. Manca già a chi ha lasciato il campo e torna ogni giorno per incontrare i vicini di tenda, e manca a chi si sposta per andare negli alberghi a condividere un pomeriggio con le persone che sono andate via. Dopo tanto desiderare una situazione diversa da quella precaria di un campo di prima accoglienza ora c’è la sensazione angosciante di una comunità prossima alla disgregazione, perché la ricostruzione e ben lontana e molti anziani sentono che non rivivranno più il loro paese.
Rossana Caglia, Luca Ghiretti, Paola Pasquino











