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Clima, diritti e sopravvivenza del genere umano: uniti e unite per il futuro


La FGEI supporta i giovani e le giovani che oggi scendono in piazza per la protesta globale per chiedere ai governi di intervenire con azioni urgenti a difesa del clima e per ottenere politiche ambientali efficienti. In occasione di questo #Fridayforfuture vi presentiamo la Dichiarazione dell’assemblea dei popoli sul clima, i diritti e la sopravvivenza del genere umano,  un documento che riunisce organizzazioni civili e organizzazioni basate sulla fede ed è stato presentato il 23 settembre 2019 a New York al vertice dell’azione per il clima delle Nazioni Unite. Tra le organizzazioni che hanno aderito al documento firmandolo vi è anche la Federazione Giovanile Evangelica in Italia, in questo modo la FGEI vuole esprimere chiaramente la sua posizione sostenendo la lotta per la giustizia ambientale.
La dichiarazione non si limita a parlare della crisi ambientale ma pone in evidenza come il futuro del genere umano sia legato a doppio filo al futuro del pianeta: ciascuna delle nostre azioni ha ripercussioni sull’equilibrio di ogni ecosistema e a subirne le conseguenze maggiori è la parte della popolazione più vulnerabile. I nostri sistemi economici, sociali, legali e politici devono subire una trasformazione in modo da assicurare un’equa protezione dell’ambiente e di conseguenza dei diritti umani. 

 

Quello che segue è un breve estratto del documento finale, potete scaricare qui la versione completa nelle varie lingue:

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Dichiarazione dell’assemblea dei popoli sul clima, i diritti e la sopravvivenza del genere umano

I – Noi condividiamo la visione di un mondo dove le persone prosperano in quanto parte della natura e dove i diritti umani – il che include i diritti dei popoli indigeni – e dell’ambiente vengono prima delle ragioni del profitto e di un’epoca dove le persone possano sviluppare legami profondi tra di loro e con il pianeta. Noi vogliamo vivere in società che siano sicure, giuste, pacifiche ed egualitarie, società dove ogni individuo e comunità possano condurre uno stile di vita che sia protetto, equo e sostenibile, potendo partecipare ai processi decisionali che coinvolgono le loro vite, avendo accesso alle informazioni e ai relativi meccanismi giudiziari. Vogliamo che questo accada in un mondo dove i beni comuni sono protetti e gestiti in modo sostenibile dalle comunità che ne fanno uso, e nel quale i governi e le aziende agiscono in modo coscienzioso venendo ritenute responsabili delle loro azioni. Noi crediamo sia l’occasione per trasformare i nostri sistemi economici, sociali, legali e politici in modo da assicurare un’equa protezione dei diritti umani, bloccare la crisi climatica e le estinzioni di massa, proteggere il futuro dei nostri figli, perseguire gli inquinatori per le loro azioni, e trasformare i carburanti fossili e tutte le pratiche commerciali non sostenibili in reliquie del passato. Noi crediamo che questa visione, perché divenga realtà, ci chiede di proteggere, sostenere ed essere solidali con coloro che stanno soffrendo le conseguenze della crisi ambientale e che stanno combattendo in favore della giustizia climatica.

II – Riconosciamo che le attuali violazioni dei diritti umani, la discriminazione e le altre disuguaglianze trovano le loro radici in comportamenti, mentalità e strutture di potere che si trovano anche al centro della crisi che sta minacciando il nostro pianeta. Proteggere i diritti umani e preservare il nostro pianeta con il suo equilibrio climatico è possibile solamente se smettiamo di trattare gli ecosistemi come beni di consumo e riconosciamo il fatto che la dignità umana e i diritti umani dipendono direttamente dalla rete della vita.

III – Per poter raggiungere la giustizia ambientale dobbiamo tutti riconoscere che l’attuale crisi climatica minaccia la sopravvivenza umana, l’ambiente e l’esercizio dei diritti umani da parte di questa generazione e di quelle che verranno. Dobbiamo anche riconoscere che nonostante il fatto che la crisi climatica sia un problema globale che riguarda tutto il genere umano, essa agisce in maniera sproporzionata su persone, gruppi e popoli in situazioni già vulnerabili, che vedono i loro diritti violati e che sono soggetti a forme multiple di discriminazione. La crisi climatica investe in maniera diseguale i diversi paesi. Il risultato di questa situazione è un aumento dell’instabilità politica e della conflittualità, oltre che dell’incertezza collegata alla disponibilità di cibo e del numero dei profughi e dei migranti. Dobbiamo opporre resistenza agli stati e ai gruppi che negano i diritti umani e che stanno utilizzando la catastrofe climatica e il bisogno di protezione ambientale come scusa per negare alcuni diritti umani.

IV – Condanniamo il fallimento degli stati nel prendere misure adeguate al fine di mitigare il cambiamento climatico, e in particolare quegli stati che sono i principali responsabili della crisi e che controllano la maggior parte delle risorse. Questo fallimento rappresenta una violazione da parte degli enti nazionali del loro obbligo di far rispettare i diritti umani. In maniera analoga il fallimento nel trovare ed attuare delle misure efficaci al fine di potenziare la resilienza di fronte ai danni provocati dal cambiamento climatico – sia al proprio interno che all’estero – non fa altro che perpetrare queste violazioni – questo in particolare tra coloro i quali sono marginalizzati e hanno già di per sé una minor capacità di reazione.

V – Troviamo allarmante che gli stati continuino ad adottare e promuovere politiche ambientali dannose e azioni che portano alla violazione dei diritti umani, spesso alle spese del popolo e delle comunità che sono già tra quelle principalmente influenzate dal cambiamento climatico e che allo stesso tempo meno hanno fatto per provocare questa crisi. Misure climatiche inadeguate e sproporzionate possono condurre alla formulazione di false soluzioni che comportano l’ulteriore emissione di anidride carbonica, che perpetrano un’economia basata sui combustibili fossili e che espongono le persone a rischi che hanno un impatto negativo sull’esercizio dei diritti umani. Questo è vero soprattutto per i popoli indigeni e per tutti coloro che già sono soggetti a discriminazioni di vario tipo.

VI – Gli stati sono complici delle aziende nel causare il cambiamento climatico e hanno fallito nel tentativo di regolare le azioni del settore economico in questo campo o quantomeno di garantire che venissero perseguiti i responsabili degli abusi dei diritti umani e dei danni ambientali. Al contrario diversi stati hanno sostenuto delle politiche che includono trattati commerciali e d’investimento che mirano a promuovere e garantire privilegi alle corporazioni, assicurando benefici e impunità alle industrie principalmente responsabili dei danni ambientali.

VII – Riconosciamo che alcune compagnie – in particolari quelle che fanno parte dell’industria dei carburanti fossili e dell’agricoltura su larga scala – e i loro sostenitori finanziari sono al centro del processo di distruzione del clima. Molte di queste compagnie hanno intenzionalmente ignorato le loro responsabilità, mancando di rispettare i diritti umani, contribuendo così a infrangere i diritti delle donne, dei bambini, dei popoli indigeni, delle comunità locali e di tutti gli altri gruppi che sono influenzati in maniera sproporzionata, oltre che alla distruzione di svariati ecosistemi in tutto il pianeta. In particolare l’industria del carburante fossile è stata a conoscenza degli impatti ambientali dei suoi prodotti per decenni e ha mancato di avvertire alcuni dei suoi investitori, il pubblico, le comunità e altre parti interessate, mentre simultaneamente intraprendeva una sofisticata campagna di disinformazione e negazione.

VIII – Vogliamo ripetere che gli stati hanno degli obblighi in materia di diritti umani al fine di assicurare una risposta adeguata alla crisi climatica. Queste risposte devono riconoscere e dare priorità alle comunità che più sono marginalizzate e che più soffrono gli effetti della crisi in quanto primi motori del cambiamento. Soddisfare questi obblighi è l’unico modo di garantire azioni più efficaci, sostenibili ed eque e una giusta transizione verso la giustizia climatica.

IX – Dobbiamo anche comprendere come – a partire dalla scienza e dalla conoscenza tradizionale – basare le politiche ambientali sui diritti umani contribuisca a formulare delle risposte più efficaci e giuste, con la conseguenza di una crescita delle nostre ambizioni rispetto alle potenzialità delle azioni in difesa del clima.

 X – Siamo estremamente preoccupati dal fatto che le uccisioni, la violenza di genere, le minacce, le molestie e la criminalizzazione dei difensori dei diritti umani e dell’ambiente stanno impunemente aumentando ovunque nel mondo. In particolare pensiamo a coloro i quali devono affrontare forme di discriminazione multiple, sono i più a rischio di attaccati discriminati sulla base del loro genere sessuale, della loro etnia e così via – pensiamo per esempio ai difensori dei diritti umani che sono donne, indigeni o appartenenti ad altre comunità escluse o marginalizzate. Difenderemo dalla repressione e dalla persecuzione tutti quelli che manifestano pacificamente e che partecipano ad atti di disobbedienza civile a favore della giustizia climatica. Chiediamo il riconoscimento del ruolo fondamentale giocato dai difensori dei diritti umani nel rinforzare il processo legislativo, l’accesso ai diritti e la ricerca di uno sviluppo sostenibile.

XI – La crisi climatica può e deve essere affrontata. Conosciamo e abbiamo già a disposizione un intero schieramento di politiche efficaci e di soluzioni tecniche che possono essere immediatamente impiegate. Governi e compagnie hanno la responsabilità primaria di intraprendere azioni che possono affrontare e capovolgere i processi che stanno all’origine del cambiamento climatico, costruendo allo stesso tempo comunità che siano resilienti e sostenibili. Vogliamo potenziare i nostri sforzi già in atto per mobilitare il più forte, unito e diversificato movimento dei popoli che si sia mai visto. Un’azione in difesa del clima che sia reale e trasformativa non sarà possibile senza una società civile e una popolazione completamente coinvolta.