#GiovedìQueer News

13/1: Giornata mondiale del dialogo fra religioni e omosessualità

Oggi, 13 gennaio, ricorre la giornata mondiale del dialogo su religioni e omosessualità, una commemorazione istituita dall’Arcigay nel 1998 in ricordo di Alfredo Ormando, intellettuale e poeta siciliano, che in quella data, in segno di protesta contro l’omofobia espressa dalle gerarchie vaticane, si diede fuoco in piazza San Pietro togliendosi la vita.

Per questa occasione la FGEI ha pensato di condividere uno scambio di domande e risposte sulla situazione attuale e passata nelle chiese evangeliche, storiche e non solo, intercorso tra il gruppo di lavoro del Giovedì Queer e il curatore della sezione evangelica del Progetto Gionata (Paolo). 

Paolo: Da Evangelico pentecostale, mi sono meravigliato di trovare una rubrica “queer” in una federazione giovanile evangelica. Cosa vi ha portato ad aprire una rubrica e come mai avete deciso di chiamarla “queer”?

La Federazione Giovanile Evangelica in Italia è storicamente molto attenta alle tematiche di giustizia sociale. Durante il nostro XXI Congresso FGEI abbiamo portato avanti una mozione il cui tema centrale era l’attenzione che, in quanto cristiani e cristiane, siamo chiamati/e ad avere rispetto alla comunità LGBTQIA+. Pensiamo che sia imperativo dimostrare tanto che esistono cristiane e cristiani LGTBQIA+, quanto che c’è una comunità protestante pronta ad accogliere pienamente le persone queer. Quella mozione è stata approvata… ed eccoci qui! Con il progetto “Il Giovedì Queer” svolgiamo il nostro servizio per la Federazione, e più in generale per le Chiese delle nostre rispettive denominazioni, tramite la produzione e diffusione di materiale informativo e la creazione di iniziative a tema. Abbiamo scelto il termine “queer” perché ci è sembrato il più inclusivo sia rispetto alle identità interne al gruppo che agli argomenti trattati. Il messaggio che ci preme diffondere e che sta alla base di tutto il nostro lavoro è “c’è qui una comunità pronta ad accoglierti: non c’è nessun conflitto tra il cristianesimo e il fare parte della comunità LGBTQIA+”. 

(Pietro e Giulia)

Paolo: Cosa ha suscitato la notizia di una rubrica così “aperta” nei credenti un po’ più conservatori? A che punto credete sia il cammino delle chiese evangeliche per quanto riguarda le tematiche LGBTQ+?

Ci è capitato, rarissime volte in verità, di ricevere qualche commento poco gentile da parte di cosiddetti “troll”, dai quali siamo stat* attaccat* per la teologia che seguiamo e per le nostre prassi di accoglienza e rispetto di tutte le identità di genere e gli orientamenti sessuali. A chi è capace solo di attaccare in modo palesemente provocatorio preferiamo non rispondere. Non sappiamo a quale chiesa appartengano le persone che hanno interagito con noi usando questi toni, ma sicuramente non si tratta di persone a cui interessa un dibattito serio sul tema.

Ciò non significa assolutamente che non esista un dissenso interno e un’omofobia latente nelle chiese che noi stess* frequentiamo. Certo, l’iniziativa del Giovedì Queer non ha mai ricevuto aperte critiche negative da parte di membri delle nostre chiese, ma questo è anche dovuto a tanti anni di discussioni, dibattiti, culti ed eventi, a partire dal prezioso lavoro fatto a partire dagli anni Novanta con la Rete Evangelica Fede e Omosessualità, e con tante iniziative che continuano a interessare le nostre chiese, i gruppi giovanili e il dialogo ecumenico. Oggi, dunque, nelle chiese metodiste e valdesi la linea ufficiale è che l’omobitransfobia sia un peccato da riconoscere, soprattutto in noi stess*, e combattere. Questa posizione è condivisa anche dalla maggior parte delle chiese battiste che aderiscono all’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia.

Tuttavia, non possiamo, in tutta onestà, affermare che ci sia un’apertura totale all’intero mondo LGBTQIA+. Oltre al fatto che tra i singoli membri di chiesa le opinioni sono varie e non sempre d’accordo con le affermazioni del Sinodo e della chiesa in generale, c’è ancora molto lavoro da fare nella conoscenza e nell’accoglienza delle persone trans e non binarie. Molti membri di chiesa non saprebbero dire con certezza cosa significhino le singole lettere dell’acronimo LGBTQIA, ad esempio. Nella pratica, è altamente probabile che una comunità accetti serenamente un membro di chiesa omosessuale o una coppia, ma potrebbe fare fatica nel caso di una persona apertamente trans, in particolare se il coming out dovesse avvenire dopo il percorso di fede.

Secondo noi, però, quel che contraddistingue le nostre chiese è un’attitudine allo studio, al pensiero critico e alla conoscenza dell’attualità; con questi strumenti crediamo che sia possibile creare comunità ancora più accoglienti e inclusive, che si impegnino il più possibile a realizzare l’unità a cui Gesù Cristo ci ha chiamat*.

(Irene)

Paolo: Cosa possiamo fare noi credenti LGBTQ+ per continuare a camminare insieme alle nostre chiese senza sentirci esclusi? Che ruolo possiamo avere nel cambiamento della Chiesa in questa delicata fase di cambiamento? 

La prima cosa che possiamo fare noi attivistɜ per i diritti LGBTQIA+ è continuare a raccontare la nostra esperienza e diffondere le esperienze altrui affinché siano di esempio e/o di conforto per chi si sente ancora esclusə e monito per chi esclude. Per tale motivo questa domanda ci è molto cara e siamo felicɜ di poter rispondere. Nella fede evangelica delle chiese storiche è in larga parte diffuso il messaggio che Dio non è e non può essere rinchiuso nelle mura dell’edificio chiesa e che invece la Chiesa siamo noi fratelli e sorelle in Cristo LGBTQIA+ inclusɜ. 

È vero però che purtroppo e troppo spesso anche nelle nostre comunità ci si può sentire esclusɜ o si teme di esserlo, quando ciò accade il nostro consiglio è quello di ricordare sempre a chi esclude e a chi si sente esclusə che la Fede va riposta in Dio e non nella comunità, che Dio ha chiamato ognuno, ognuna, ognunə di noi da prima dell’inizio dei tempi e che fin da allora ci ha amatɜ e accoltɜ nella Sua Grazia. Forti di questo allora, sentendo il calore dell’Amore di Dio su di noi, dobbiamo lavorare affinché anche le nostre comunità siano pronte a manifestare che l’accoglienza proviene solo ed esclusivamente da Dio e che essa, come la Sua Grazia, è gratuita.

Il nostro ruolo deve essere quindi attivo e sempre volto in avanti, ma con una mano tesa verso il fratello o la sorella che la società ha lasciato indietro. Il nostro compito è dunque di lavorare affinché il nostro linguaggio e le nostre parole e i nostri messaggi si allarghino e che accanto ai fratelli gay e alle sorelle lesbiche, che da anni ricordiamo e alle cui lotte dobbiamo tantissimo, non manchino mai i nostri fratelli e le nostre sorelle bisessuali, transessuali, non-binary ed asessuali. Ogni giorno si può imparare qualcosa di nuovo, che siamo alleati o parte della comunità LGBTQIA+, soprattutto in merito al binarismo di genere e agli orientamenti non monosessuali o non sessuali affatto.

Vogliamo quindi chiudere con un paio di suggerimenti:

·        usare il linguaggio inclusivo: coniugare al maschile e al femminile tutti i termini o usare sostantivi collettivi;

·        usare di vocali neutre come la ə (schwa) per il singolare e ɜ (vocale centrale semiaperta non arrotondata) per il plurale;

·        acronimi che cercano di superare il binarismo di genere: aFab (assigned female at birth – genere femminile assegnato alla nascita) e aMab (assigned male at birth -genere maschile assegnato alla nascita) presenta meno binarismo dei termini MtF (male to female – da maschio a femmina) e FtM (female to male – da femmina a maschio) che escludono le persone non binarie, che invece fanno parte dell’ombrello trans. 

L’unico ruolo che possiamo avere in questo cambiamento e non fermarci ai piccoli riconoscimenti ottenuti, ma continuare ad allargare gli spazi perché c’è posto per tuttɜ e nessunə deve sentirsi esclusə. 

(Emma)

#GiovedìQueer: Il portale di Gionata è una rubrica per la maggior parte curata da persone cattoliche, come è nata e che sviluppi ha avuto la tua collaborazione come evangelico?

Da cristiano evangelico omosessuale, proveniente da chiese pentecostali completamente chiuse, a un certo punto ho cominciato a cercare delle fonti per approfondire le tematiche LGBTQIA+, ed è lì che mi sono imbattuto in Gionata. Trovare un sito che tratta tematiche riguardanti Cristianesimo e omosessualità da circa quindici anni, con una mole importante di articoli e approfondimenti, ha fatto sì che non mi importasse nulla se dall’altra parte ci fossero cattolici o evangelici; in quel momento mi importava soltanto di cercare delle risposte alle mie domande.

Dopo un primo ritiro fatto con i ragazzi del Progetto Giovani Cristiani LGBT, ho iniziato a chiedermi quante persone come me ci fossero, nascoste e in cerca di risposte; da qui l’idea di raccontarmi in una testimonianza che parlasse della mia esperienza, e allo stesso tempo descrivesse come noi omosessuali viviamo questa condizione all’interno delle nostre comunità.

Il portale Gionata da sempre collabora con teolog* Valdesi, quindi tra i vari articoli mi ha sempre fatto piacere trovarne una piccola parte dedicata al mondo evangelico. Con la consapevolezza del lavoro svolto in oltre vent’anni all’interno delle chiese del protestantesimo storico, il Progetto Evangelici all’interno di Gionata è nato al fine di creare una rete di cristiani evangelici aperti al confronto, assetati di verità, che vogliano analizzare i testi biblici in un’ottica diversa, ascoltare testimonianze ed esperienze vissute da credenti omosessuali.

(Paolo)

#GiovedìQueer: La collaborazione e lo scambio ecumenico, se c’è stato, quale e quanto arricchimento ha portato a te come persona e quanto secondo te ai lettori evangelici?

Posso dire che personalmente mi sono avvicinato a Gionata e alle iniziative del Progetto Giovani Cristiani LGBT con totale apertura, anche se non è sempre facile farlo, soprattutto quando si tratta di condividere modalità liturgiche molto differenti. Da sempre mi è stato insegnato però, a saper cercare i punti in comune, a spostare l’attenzione sulla condivisione e il confronto sul nocciolo del Cristianesimo: la Parola di Dio e la fede condivisa per lo stesso Padre Celeste. Questo approccio ecumenico per me è stato fonte di crescita spirituale, quanto lo sia stato anche per i lettori dipende soltanto da quanto essi siano aperti all’ecumenismo.

(Paolo)

#GiovedìQueer: Qual è la situazione circa l’accoglienza delle persone LGBTQIA+ nelle chiese pentecostali o comunque del protestantesimo non storico?

La situazione non è tra le più rosee. L’omosessualità è sempre vista come una condizione di peccato e perversione, quindi, per quanto amorevolmente possano accoglierti, arriverà sempre il momento in cui ti spiegheranno che con la conversione il Signore ti può cambiare e può cambiare i tuoi pensieri peccaminosi. Nessuno spazio all’amore quindi in un amore omosessuale, secondo la visione delle chiese evangeliche protestanti.

Devo dire che probabilmente qualcosa sta cambiando nell’accoglienza, ci sono tentativi per non far sentire a disagio chi si approccia per le prime volte alle nostre chiese, ma la sostanza non cambia se non cambia anche il messaggio di amore universale di Dio, e non si arriva a comprendere l’amore presente in una relazione tra persone LGBTQIA+. In tutto questo c’è da considerare anche tutta quella fetta di credenti che scoprono la propria omosessualità dopo la conversione, costretti a negare a sé stessi la propria condizione, alimentando inutilmente sofferenze e lotte spirituali che spesso li portano ad allontanarsi dalla chiesa, perché si sentono continuamente giudicati e nel peccato.

(Paolo)